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PAESAGGIRE

Aggiornamento: 18 mar 2020

I poeti sono “gli dei tutelari della casa”, cioè quelli che ricordano i segreti di un tempo o di un ‘ epoca su come abitare un ambiente, cioè appunto su come renderla casa.

In tal senso la poesia è un ponte interessante tra tutti i temi cari : gioco, pratiche di educazione e natura. Raffaele Mantegazza in “Educazione e poesia “citando Friederich Schiller scrive: «giocando, poetando, cantando l’uomo demitizza la natura nominandole gli oggetti oscuri e numinosi si libera dalla paralisi della paura». Ma è un’autonomia in relazione con essa: “un gioco ... al contempo autonomo e dolcemente assoggettato alle norme che essa propone”. Processo individuante di cura ed educazione individuale. L’esperienza in natura specie nel suo tracciarla poeticamente conosce l’abbandono panico in essa, come anche annientamento («con-fusione con gli eventi atmosferici e il succedersi delle stagioni e i ritmi circadiani, diventa inverno diventa notte... noi siamo la montagna e la nostra eco viene da te») e dolce rilassarsi come bimbi in un abbraccio materno («una passività sperimentata da bambini, tra le braccia della madre, un lasciarsi andare che riattiva la stessa fiducia totale sperimentata allora» come ci insegna il poeta sufi Jalad Al-Din Rumi). Questa esperienza che il mistico sufi chiama “fanà” altrove l’abbiamo chiamata esperienza di flusso (esperienze flow).

Una esperienza poetica perciò che educa alla trascendenza e all’ulteriorità che si cerca di trattenere con le metafore perché è conoscenza «ineffabile che sfiora il limite del dicibile ... ma che non fa venire meno il dovere e l’urgenza della parola e della ricerca.

Un’esperienza che abita zone liminari di rischio e smarrimento (che richiamano la morte, la perdita, l’esilio e l’estraneità, l’ebbrezza, l’amore, la vertigine e la follia) ma per trovare in natura la casa: fare di essa la nostra patria, ritrovare quell’abitare totale che la nostalgia ci aveva indicato come luogo di pace. Il paradosso è che nell’abbandono c’è il nostro ritrovarci, che nell’uscir fuori c’è il nostro ricondurci a casa.

Sono proprio le tracce verbali poetiche appoggiate sul paesaggio a permettere di tenere memoria per attraversare il dolore e la scomparsa. Generando così “cordoglio” e memoria.

Allo stesso tempo però come nomina conserva l’enigma e la domanda, perciò lo sguardo poetico non risolve ogni contraddizione: «non nasconde la perdita ma la dice, la mette in scena (sulla tela del paesaggio) e la lascia sanguinare». Questo permette di non raccontarsi una natura come idillio bucolico: anzi in fuga da una metropoli (“dove non c’è spazio per la vita” parole di Garcia Lorca), alla ricerca di una misura naturale del proprio abitare il mondo non chiude le aporie e gli opposti (“il midollo del bosco penetrerà nelle fessure“), ma rimane in aperta denuncia a chi cumula potere tecnologicamente dimenticando di aver ferito la nostra stessa natura.

Proprio per questo è interessante interpellare i poeti del nostro tempo e a noi vicini per vedere il paesaggio e, qui e ora, lo farei con Andrea Zanzotto.

Nella raccolta di poesie “La Beltà” (1968) ci dice che nei confronti del paesaggio (e il suo riferimento è Pieve di Soligo di oggi), «compio una critica generale (...) a quello che era stato il mio atteggiamento precedente, che voleva essere estatico nei confronti del paesaggio (...)”. Il “paesaggio” è invece un deposito di tracce e non può essere schermo, perché è leso anch’esso, è macchiato di sangue». Guardarlo equivale non ad estasi ma ad entravi dentro le sue storie fatte di natura e storie di uomini e chiama questo particolare modo di fare: paesaggire. Paesaggire è stupore ma anche mettere a fuoco le ” lacerazioni della storia e della presenza umana” e nel guardarlo si raccoglie tutto, cose belle e brutte, nobili e non. Guardare perciò comporta “diffrazioni”, cioè quando lo sguardo, diverge in molte direzioni anche se vorrebbe concentrarsi in unico punto… semplice e nitido“, perché il paesaggio lo obbliga. Guardare causa anche “eritemi” perché talvolta i raggi solari “offendono” . “Diffrazioni, eritemi” è il titolo di una poesia di “Il Galateo in bosco” (1978). Paesaggire è uno sguardo che entra nel paesaggio, nelle sue cronache e nelle sue storie.

Perché paesaggire? Nella poesia “Gnessulogo” [da “ Il Galateo in bosco” (1978)], secondo me, ci dà una risposta. In un tempo come quello post-moderno che abitiamo, in cui la frammentazione sembra sovrana il ritrovarsi anche identificativo diviene un compito complesso e arduo: ma lo sguardo immagato del poeta riesce a trovare nel disperso ancora le sorgenti. Un posto da cui ricominciare per ritrovarsi è il paesaggio a noi più vicino. Paesaggire è una forma di cura per sé attraverso la curiosità esplorativa e lo sguardo. Se siamo nel nostro tempo dei luoghi anonimi, svuotati della nostra presenza insomma in nessun luogo (“gnessulogo” come dice la poesia) ritrovarci non è un gesto solo interiore ma può essere esplorativo nei confronti di dove siamo. Paesaggire è proprio questa curiosità per le storie e le visitazioni dei luoghi che ci danno storia e senso almeno parziale. Perché nel farlo concretamente scopri che “gnessulogo è equivalente” e questo ti semina il dubbio di una storia unica già cominciata, in cui siamo adagiati e che dobbiamo continuare. Perché paesaggire è “un invito” a rientrare in sé sulle tracce di ciò che vedi: “un invito non privo di moine in cui ognuno dovrà trovarsi”. Paesaggire è un invito fatto di suggerimenti, fatto “a mani giunte”, come in una preghiera di vedere più chiaro e con la sensazione di uscirne più “inserito”. In cui si scopre fuori ma anche dentro di essere risorsa e problema (“catenina di ricchezze e carenze”) ma anche tutto il valore e la preziosità di essere un punto di vista (“gocciolo di punto di vista tipico dell’infinito quando è così umilmente …”)

Paesaggire, attraverso lo sguardo e l’esplorazione ci integra al paesaggio e a noi stessi.



2017 “Giochi per adulti in Natura I – Teoria” Prefazione : Ivano Gamelli. Edizione Aracne Roma

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